LA MODA DELLE PERIFERIE

E adesso, sindaci d’Italia, tutti in periferia. Pare, infatti, stando alle prime dichiarazioni post-elettorali del nuovo sindaco Beppe Sala, che i problemi più gravi e urgenti di Milano – ma la stessa musica si sente suonare in altre città anche dove il Pd ha perso, come a Torino –  riguardino le periferie e gli sfortunati cittadini che ci vivono. Tanto che appena eletto Sala non esordisce parlando di bilancio, trasporti, verde, scali ferroviari dismessi, dopo-Expo, futuro delle municipalizzate e altri problemucci secondari che riguardano il futuro della città.

No, Sala parla subito delle periferie milanesi e per far capire quanto gli stanno a cuore annuncia che intende tenere per sé l’apposita delega. Si tratta evidentemente di un artificio retorico, demagogico e banale per eludere, almeno per il momento, problemi non meno gravi e non meno urgenti. La stessa generalizzazione del termine “periferie”, ne denuncia l’uso strumentale e propagandistico, anche se la campagna elettorale è finita. Più che in altre città, infatti, a Milano non sono tutte favelas o banlieu, ma  c’è periferia e periferia. C’è quella pulita, ordinata e sicura, perfino con una sua movida serale e c’è quell’altra, magari vicinissima, ma buia, insicura, disordinata e sporca: basta fare il paragone – a titolo di esempio – fra Lambrate e Ponte Lambro. E la Bicocca, non è forse una nuova periferia con la sua università, il suo teatro, le sue librerie, le sue gallerie d’arte e i suoi siti espositivi? E non è una nuova periferia anche la vivacissima, creativa e innovativa Bovisa? Quindi, caro Beppe, piano con le parole. Se poi questo generale e generico grido di dolore sulle periferie è motivato dalla supposizione che, a Milano come altrove, è lì che nasce la protesta perché è lì la massima concentrazione del disagio, della disoccupazione delle nuove povertà eccetera, ebbene quella supposizione è sbagliata. O meglio ancora una volta è sbagliata la generalizzazione. Perché quelle condizioni del malessere per effetto della lunghissima crisi si trovano anche altrove, perfino in centro, e sono diffuse, diluite in tutta la società e in tutta la città, anche se hanno una maggiore concentrazione in alcune aree periferiche.

Insomma, di periferie si parli in termini concreti, dicendo chiaramente cosa è necessario fare, cosa si può fare e dove. Come ci ha spesso ricordato Renzo Piano, il disagio delle periferie e anche, se non soprattutto, disagio urbanistico, estetico e quindi culturale; non è solo una questione socio-economica. Quindi, per cominciare,  ha il Comune i soldi per riqualificare l’enorme  patrimonio di edilizia popolare diffuso nelle aree periferiche? Ma per fare questo bisognerebbe per prima cosa sgomberare le migliaia di alloggi abusivamente occupati: se la sente il buon Sala di far fronte a chissà quanti episodi di guerriglia urbana che una decisa ed efficace politica degli sgomberi scatenerebbe? E se la sente, di conseguenza, di attirarsi le ire e le reazioni violente dei centri sociali milanesi protettori degli occupanti, e dei loro tutori politici che fanno parte della maggioranza di Palazzo Marino come ai tempi di Pisapia? Ma riqualificazione delle periferie significa anche, se non soprattutto, sicurezza. Quindi aumento del numero dei vigili urbani non solo presenti sul territorio ma anche attivi e visibili. Ricomparsa di quelle pattuglie militari che procuravano l’orticaria a Pisapia e Majorino – indimenticabile la battutaccia: “Non siamo nel Cile di Pinochet”. Anche su questo il sindaco dovrebbe fare i conti con certe frange movimentiste della maggioranza. Insomma, si fa presto a parlare di periferie, più complicato è passare ai fatti.

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