PERCHE’ LA GENTE NON VA A VOTARE

C’era un tempo – in particolare durante quella che abbiamo chiamato la Prima Repubblica – in cui il giorno dopo le elezioni ciascuno dei molti (troppi) partiti sosteneva di aver vinto o quanto meno di non aver perso. Qualcosa è cambiato: oggi, dopo le elezioni regionali in Calabria e Emilia Romagna, qualcuno ammette la sconfitta ma tutti indistintamente denunciano – drammatizzando chi più chi meno – il fortissimo calo della partecipazione al voto. E tutti indicano motivazioni politiche di questo assenteismo elettorale: chi la politica del governo, chi quella dell’opposizione, chi la crisi economica, chi di tutto questo un po’.

Nessuno però coglie la causa vera profonda e per molti elettori anche inconsapevole, di questo pauroso astensionismo. Non c’entra, o c’entra poco, la politica, quello che il governo fa o non fa, come si comportano l’opposizione o i sindacati. No, tutto questo può essere una spiegazione immediata, superficiale e in qualche caso piuttosto scontata. Ma in realtà la gente non va a votare semplicemente perché lo considera inutile, superfluo, una ipocrita formalità. Infatti è ormai sempre più evidente e chiaro che le decisioni importanti, quelle che influiscono direttamente o indirettamente sulla nostra esistenza, vengono prese in luoghi e da enti e persone che con il nostro voto non hanno niente a che vedere, che non sono elette da noi, che non ci rappresentano e i cui comportamenti non possiamo in alcun modo condizionare.

Sono, ad esempio, i superburocrati di Bruxelles che ci assegnano in continuazione pagelle e compiti a casa; i banchieri di Francoforte che gestiscono le leve dell’inflazione e del valore dell’euro e di conseguenza il nostro potere d’acquisto; le agenzie di rating che determini l’affidabilità del nostro debito pubblico; i politici tedeschi che impongono all’Europa quello che va bene alla Germania; i mandarini romani che fanno il bello e il brutto tempo nei ministeri, rendendo inutili o incomprensibili le leggi che loro scrivono e che le Camere approvano; la magistratura, dalla Corte Costituzionale, che ormai ha assunto quasi il ruolo di legislatore, alle procure che intervengono su tutto e su tutti, di fatto anche selezionando il ceto politico; i Tar che in seguito a un ricorso bloccano qualsiasi opera pubblica, grande o piccola; le sovrintendenze, il cui giudizio insindacabile è sufficiente per fermare i lavori per la costruzione di una metropolitana o l’abbattimento di un albero pericolante… E potrei continuare.

Quanto le decisioni di tutta questa gente possano condizionare le nostre vite, molto più di qualche legge approvata dal Parlamento, è del tutto evidente: è allora a che serve, veramente, andare a votare? Non è un caso che il più forte astensionismo stavolta si è verificato non in Calabria, come è sempre avvenuto in passato, ma in Emilia Romagna, regione considerata la prima della classe in fatto di partecipazione, senso civico e consapevolezza politica. Quella consapevolezza che ha portato gli emiliano-romagnoli, più dei calabresi a chiedersi. “Ma ormai a che serve il mio voto?”

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