COSTI STANDARD, MERITO E DEMERITO

di Carlo Maria Lomartire
(da IL GIORNALE del 3 Novembre 2013)

Da quanto tempo sentiamo parlare di “costi standard” nella sanità? Almeno da cinque anni, da quando si è iniziato a progettare il mitico federalismo fiscale, la base teorica e concreta del quale è costituita proprio dal principio dei costi standard: se, ad esempio, una siringa costa 5 centesimi nella regione A, è inaccettabile che costi 5 € nella regione B, con la conseguenza che il bilancio della sanità di A è in attivo, quello di B è sempre in rosso (mettete voi i nomi di A e B, non è difficile), costringendo lo Stato a intervenire, a spese di tutti noi e delle Regioni più virtuose, punite per aver fatto bene i conti. Dunque si fissi un costo della siringa uguale per A e per B. Se il federalismo fiscale resta mitico, ha pensato il presidente della Lombardia Roberto Maroni, almeno applichiamo questi benedetti costi standard, nell’interesse dei conti pubblici e delle tasche di tutti i cittadini, ed è quello che, in sostanza, ha detto alla Conferenza delle Regioni. Ma, com’era facile prevedere, alcune Regioni, prevalentemente del Sud, non sono d’accordo. Dura la risposta di Maroni: se non si raggiunge un’intesa, la Lombardia, e con lei il Piemonte e il Veneto, sono pronte a lasciare la Conferenza delle Regioni, che così ridimensionata varrebbe praticamente zero. Siamo di fronte all’ennesimo caso di politica del rinvio, dell’eccezione, del demagogico e clientelare livellamento al basso e al peggio. Siamo di fronte ad un esempio di quella politica che nei decenni ha prodotto il secondo debito pubblico del mondo e l’apparato pubblico relativamente più costoso al mondo. Fa bene perciò Maroni a puntare i piedi.

Ma questa storia dei costi standard non è solo una questione di conti in ordine e di corretta gestione amministrativa, non è in gioco solo la figura dell’amministratore pubblico “buon padre di famiglia”, pur importantissima non solo perché evocata da codice civile. È in gioco anche un principio decisivo per uscire da questa crisi epocale, oggi spesso invocato ma poi in pratica sempre eluso: il principio del merito. Applicare i costi standard, infatti, significa premiare (o almeno non punire) le Regioni più virtuose. Non applicarli significa, al contrario, premiare le Regioni più spendaccione e dalla gestione più disordinata, come si è fatto fino ad ora, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Questo stesso conflitto fra principio del merito e falso egualitarismo piagnucoloso e spendaccione, d’altra parte, ha prodotto la desolante e ipocrita retromarcia del governo su quei 41 miliardi in più promessi alle università più virtuose, fra le quali, naturalmente, atenei milanesi e lombardi. Immediatamente, com’era prevedibile, alcuni rettori del Sud hanno protestato parlando di “emarginazione” e “discriminazione”. Dopo queste lamentele il governo ha “scoperto” che quei fondi, prima disponibili, erano invece destinati a investimenti e quindi non possono andare alle università. Ancora una volta il principio del merito, continuamente e ormai stucchevolmente invocato, viene mortificato al momento dell’applicazione. E ancora una volta a danno di realtà milanesi e lombarde.

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