No all’Eurogermania

Siamo d’accordo: per uscire da questa lunghissima e pericolosa crisi l’Europa ha bisogno di una maggiore integrazione politica, dell’avvio, insomma, di un processo di evoluzione dell’Unione in senso federale. quindi di abbandono, almeno parziale e graduale, dei nazionalismi, o, se preferire, dei pregiudizi e degli egoismi nazionali.
Lo dobbiamo fare tutti, a cominciare, però, proprio da quella Germania che si è messa ad impartire lezioni, premi e punizioni (più punizioni che premi) un po’ a tutti. spesso con una malcelata arroganza e dei toni che qualche volta fanno correre un brivido lungo la schiena. Non credo che i padri dell’Europa, da Altiero Spinelli ad Alcide De Gasperi, da Robert Schumann a Konrad Adenauer sognassero una federazione egemonizzata dal più forte, dallo stato economicamente più forte, tanto più se si tratta della Germania le cui mire egemoniche sul continente da secoli sembrano dovute ad un virus endemico che periodicamente si risveglia.
Sarebbe una finta federazione, somigliante più a qualcosa come l’annessione, un’Eurogermania. Se le cose dovessero andare in questo modo verrebbe da invidiare la cinica ma evidentemente saggia e pragmatica euro-diffidenza della Gran Bretagna. Se la crisi che stiamo vivendo ha qualche merito – oltre a quello primario di insegnare che uno stato che si indebita troppo per assecondare i suoi  cittadini ingordi di welfare in realtà non fa il loro bene – c’è sicuramente anche quello di indicare agli europei i rischi che correremmo avviandoci sulla strada di un’Europa germanizzata. E quindi di mostrarci concretamente, con i dolorosi esempi e moniti che stiamo vivendo, che strada deve prendere l’Unione per arrivare alla federazione e quale deve invece accuratamente evitare.

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